
Una giornata cominciata come tante, sveglia presto, treno, metro, ufficio.
Il lavoro, le colleghe, il caffè d’orzo al solito bar, tutto in compagnia di una sgradita compagna: la cefalea.
Lei, indesiderata ospite, di quando in quando si presenta nella tua vita e non importa se sei in un’altra città, devi lavorare o puoi stare a letto. Lei arriva e detta legge.
E così ti ritrovi a dover tornare a casa, non proprio in ottime condizioni, con le occhiaie dello zio Fester, il pallore di Morticia e l’allegria del maggiordomo Lurch.
Cominci con il percorso a ritroso, arranchi su una metropolitana strapiena di gente ignara e innocente, che sulla linea rossa ti vedrà vomitare anche il pranzo del Natale ‘93.
Con le ultime energie nonché sprazzi di dignità ti accasci sul treno che ti riporterà a casa, confortata dal fatto che la figlia piccola salirà dopo poche fermate, per tornare a casa da scuola.
Figlia piccola che raggiungerà la tua carrozza con le amiche del cuore, al grido di “bella mamma, tutt’apposto?” e chiacchiererà con le suddette amiche di unghie e ciglia finte mentre tu vorresti solo un tombale silenzio.
Allora allerti via messaggio la figlia mezzana fuori sede, che sta trascorrendo qualche giorno a casa, implorandola di venire a prenderti in modo da non dover fare i due chilometri fino a casa.
All’arrivo in stazione percorri l’ultima rampa di scale mentre la piccola di chiede cosa mangerà a pranzo, finalmente scorgi la figlia salvatrice.
Che é venuta a prenderti.
A piedi.
Fai delle figlie, dicevano.
Saranno sempre al tuo fianco, dicevano.