“Mamma, ti ricordi che domani a scuola c’è la festa di carnevale e che io mi devo travestire, vero?”
Dieci minuti più tardi le due sorelle e io eravamo in macchina. Destinazione Moreno, dove tutto costa meno, patria indiscussa dell’acquisto di tutto il necessario per Natale, carnevale e feste comandate. Che poi io, il carnevale, non lo sopporto proprio. Da sempre. O meglio, da un momento ben preciso della mia infanzia. Quando ero piccola, per festeggiarlo partecipavo con i miei compagni di classe alla sfilata dei carri della mia città, ogni anno con un tema diverso. Un anno, sarò stata in terza o quarta elementare, il tema prescelto è stato il circo e io, come tutte le mie amiche, ho desiderato mascherarmi da trapezista. Mi sono presentata invece al ritrovo vestita da clown, in un costume che aveva confezionato la mia solerte mamma con le sue stesse mani. Un costume enorme, con grossi pois variopinti cuciti sopra. Tocco finale una grossa parrucca riccia e rossa, in tinta col pallino rotondo di plastica appoggiato sul naso attaccato con due elastici dietro le orecchie. Insomma, un trauma, che mi porto addosso da allora e che penso di avere trasmesso ai figli più grandi. La piccola è rimasta immune alla mia nefasta influenza, e ogni anno pretende a gran voce travestimento, coriandoli e stelle filanti. Una volta arrivate da Moreno, ci siamo accorte con sgomento che non era rimasto praticamente nulla, a eccezione del costume da pulcino taglia sei mesi, la sexy suora e l’odalisca conturbante. A complicare la situazione, la piccola si è ricordata che il travestimento avrebbe dovuto rappresentare un paese, come raccomandato dalla maestra. Dopo lunghe meditazioni e contrattazioni, siamo uscite dal negozio con un sacchetto bianco e rosso contenente un gonnellino di paglia, una collana di fiori, un’orchidea di stoffa da mettere nei capelli, ondeggiando come le ballerine di hula che si attaccano sopra il cruscotto della macchina.
Ed è subito Hawaii.