Esiste un luogo di aggregazione, conoscenza, confronto e ritrovo e spesso mi è capitato qui di parlarne, probabilmente per l’inaudita quantità di tempo che vi trascorro. Questo paradiso di socialità e aggregamento è, naturalmente, il supermercato. Non so se in una vita precedente io abbia fatto morire di fame qualcuno e oggi il karma mi si rivolti contro sotto forma di carrelli pesanti, offerte speciali e code alla cassa. Quale sia il motivo, volente o nolente e in barba a tutte le pianificazioni di pranzi e merende il mio giretto quotidiano non viene a mancare quasi mai. E meno male, verrebbe da dire, perché questi giri mi offrono materiale su cui scrivere pagine su pagine, post su post nonché un’osservazione delle umane stranezze e debolezze che neanche uno studio antropologico sul campo può eguagliare. (Su tutte una: conosco un uomo, un grande uomo, che va solo nei supermercati dove frutta e verdura vengono pesate direttamente in cassa, per non far fatica)
Ho cominciato ad intuire la complessità insita nello spingere un carrello tra le corsie nel periodo in cui i miei figli erano piccini. Allora, una minuscola creatura appoggiata nel porta enfant veniva sommersa di prodotti già al secondo scaffale, e se le capitava di perdere il ciuccio si consolava da sé con una scatoletta di tonno o un tubetto di maionese. Il maggiore camminava fianco a me con una lista della spesa somigliante a un editto romano, scritto in grossi caratteri affinché lo studioso in erba potesse imparare a leggere prima del tempo. Srotolando lentamente il papiro sillabava con attenzione il primo acquisto della lunga serie “ar..ara..arac..” “mamma, come scrivi male””scrivo benissimo, sei tu che sei piccolo per leggere ma non te ne vuoi fare una ragione. Comunque c’è scritto arance”
Detto fatto, la secondogenita allora piccina scattava nella direzione degli agrumi arraffando il primo sacchetto a disposizione, solitamente il più costoso. Seguiva una lunga negoziazione con la figliola, nel tentativo -vano- di farle posare le arance biologiche del Sudafrica in favore delle più economiche clementine nazionali. Nel frattempo la più piccolina, stufa del suo tubetto e perduto il ciuccio chissà dove, cominciava a strillare attirando gli sguardi pietosi della clientela e della immancabile vecchina che con tono di compassione mi chiedeva se quei bambini fossero tutti miei, domanda che nel corso degli anni mi sono sentita fare spesso.
Il supermercato è anche l’unico posto al mondo in cui mi sia capitato di essere letteralmente inseguita da un uomo: una volta perché avevo involontariamente rapito il suo carrello, la seconda perché uno dei bambini aveva lanciato la sua scarpina in fondo alla corsia e un gentile signore me l’ha riportata di corsa. È accaduto nello stesso punto vendita che ho percorso in lungo e in largo con le sovrascarpe azzurrine della piscina (ebbene sì, ero io) e dove la piccola, dal suo passeggino, ha teso le braccia all’enorme e nerissima guardia del supermercato esclamando con gioia infinita “papà!”.
Adesso vado, che ho giusto dimenticato il succo alla pera e il detersivo dei piatti.
Giuro solennemente di non comprare nient’altro.
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