Ci son giornate che inizi chiedendoti quanto male devi aver fatto nella tua vita precedente per meritarti in questa una tale sequela di sfighe. Ieri mattina alle sei e trenta c’era più sole fuori che dentro di me. Mi sono alzata più che negativa, nefasta, che a confronto il crudele gufetto che diffonde odio pare la fata turchina. L’unica cosa saggia da fare sarebbe stata rintanarsi sotto il piumone, come aveva velatamente suggerito la sveglia, defunta per sempre dopo il debole trillo che mi ha strappato al sonno. I bambini che, si sa, captano e percepiscono sentimenti e umori materni si sono prontamente adeguati mostrando dal risveglio il loro lato più oscuro e molesto. In ufficio mi aspettava un’allegra attività che porta il nome di rendicontazione, più conosciuta dagli addetti ai lavori come una delle sette piaghe d’Egitto. Il mio adorato computer mi ha dato il benvenuto avvisandomi che qualcuno nottetempo aveva cercato di entrare nella mia posta elettronica -che poi, poveretto, si sarebbe annoiato a morte visto il tenore delle mie conversazioni via mail- e mi ha quindi richiesto ennemila controlli prima di lasciarmela usare. Sbrigate tutte le mattutine incombenze è arrivata l’ora di riprendere i bambini a scuola, quindi mi sono diretta alla macchina dove mi sono accorta di non trovare più le chiavi. Credo di non essere l’unica a possedere una borsa che probabilmente comunica con un’altra dimensione, visto che scompaiono oggetti indispensabili e ne appaiono di stravaganti e inutili, uno su tutti il “mai più senza” grattaschiena della piccola. Ma questa volta non era colpa della borsa ma ancora della mia incurabile storditaggine che mi aveva fatto lasciare le chiavi direttamente inserite nel cruscotto. Roba che è più facile rubarmi la macchina che l’account di posta elettronica. Arrivata a casa ho trovato nella cassetta della posta una gentile missiva della compagnia telefonica, che ha deciso in autonomia di addebitarmi bollette per due linee, nonostante io ne possegga solo una. La gentile signorina slovena che ha prontamente risposto alla mia chiamata mi ha tranquillizzata spiegandomi in un italiano incerto che “sono cose che capitano”. Solo a me però, avrei voluto aggiungere. Il resto della giornata non ha -fortunatamente- riservato altre sorprese, se non il tranquillo tran tran pomeridiano di compiti che prevedeva studio in tandem con l’amico migliore del grande per la temutissima interrogazione di storia, letture varie e interminabili prove di flauto per la secondogenita e tautogrammi per la piccina (e adesso voglio vedere quanti di voi sanno di cosa si tratta e non vale cercare su google). Insomma, solo un’altra giornata di ordinaria follia.
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