Nella scuola elementare -io non riesco a chiamarla primaria, è più forte di me- che ha frequentato mio figlio maggiore e che ora frequentano le bambine ci sono, come nella maggior parte degli istituti, alcuni punti di forza e altri di debolezza. Io tendenzialmente sono poco incline alla critica gratuita, quella per intenderci fatta ai cancelli mentre si aspetta l’uscita dei bambini e che si fonda sui gettonatissimi temi “la maestra dà troppi compiti” e il suo alter ego “la maestra non ne dà abbastanza” senza dimenticare i genitori che sentenziano sulla didattica e i metodi di insegnamento, anche se nella vita sono avvocati, vigili urbani o cuoche. Per me, sintetizzando e semplificando al massimo, è importante che i bambini vadano a scuola sereni, imparino a leggere, scrivere, contare e ragionare e ad avere fiducia nelle proprie capacità, siano rispettosi degli adulti e gentili con i compagni, facciano esperienze buone per la loro crescita e siano accompagnati in questo percorso da adulti positivi, competenti e possibilmente sani di mente. Poiché tutte queste cose fanno anche un po’ parte del mio lavoro, probabilmente per gli insegnanti io
sono a tutti gli effetti nella categoria “genitori da evitare”, forse a ragione. Ma ieri una maestra ha fatto un bel gesto e io avevo voglia di raccontarlo. Da qualche anno nel nostro istituto i bambini di terza, quarta e quinta partecipano a un progetto di educazione all’affettività, che si declina in modi diversi e con temi adeguati per fascia d’età. E’ un progetto che conosco e apprezzo, anche e soprattutto perché è condotto da maestre brave e preparate, che per un’ora la settimana affrontano con bambini di una classe che non è la propria argomenti come amore, fiducia, rispetto e protezione dai pericoli. Una maestra, in particolare, è la mia preferita e ieri mattina si apprestava a interrogare per la prima volta in geografia i suoi alunni di terza che, si sa, è la temutissima annata in cui si comincia a studiare e, come dice la mia secondogenita, “a fare sul serio”. I bambini erano un po’ agitati per la novità, come è facile immaginare. L’attenta insegnante allora ha fatto chiamare due bambine di quinta elementare, una delle quali era mia figlia. Una volta arrivate, ha gentilmente chiesto alle due fanciulle di spiegare a tutti come si erano sentite loro, che da quella esperienza erano passate da non molto tempo. Le bambine, un po’ emozionate ma orgogliose, hanno spiegato a venti paia di occhi attenti e bocche chiuse che si, ci si vergogna, il cuore batte più veloce e sembra di dimenticare tutto quello che hai letto e ripetuto il giorno prima in cameretta con la mamma. Ma poi passa ed è bello, perché quando sai le cose la maestra ti sorride, il papà è contento e soprattutto per quel giorno non devi studiare più. L’esperienza dei bambini per i bambini. Una voce più vicina e per questo più facile da ascoltare. Una classe più serena, due bambine con una dose di fiducia in più. E brava davvero alla maestra.
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