Il pomeriggio del sabato e’ di norma dedicato ai compiti e allo studio, così da girare pagina su una domenica di riposo assoluto o piacevoli attività.
Il sabato appena trascorso e’ stato un po’ diverso e ha visto il figlio grande e la più piccola affidati alla nonna e la mezzana uscire con la mamma. Che poi, piccola parentesi, ogni volta che devo lasciare i bambini mi sento come il contadino del famoso indovinello che deve trasportare lupo, pecora e cavolo dall’altra parte del fiume senza che nessuno mangi l’altro: bisogna prestare la massima attenzione a chi lasci incustodito e ci sono delle combinazioni (grande più piccola, per esempio) che portano solo guai. Comunque. La missione di ieri era andare a trovare una compagna di classe, da qualche giorno in ospedale, che ora sta meglio ma ha fatto prendere un bello spavento ai suoi genitori. Le due sono state molto felici di ritrovarsi perché, si sa, stare in ospedale è difficile per tutti, figuriamoci per un bambino. Non ci eravamo ancora tolte la giacca che qualcuno ha bussato timidamente alla porta e dopo un attimo hanno fatto capolino dei nasi rossi e un arcobaleno di colori. Gli occhi delle bambine di sono riempiti di stupore e meraviglia, grandi sorrisi sugli apparecchi ai denti. Loro erano cinque, quattro ragazze e un ragazzo, non più in là dei trent’anni. Buffi, colorati e dai nomi improbabili, hanno passato la mezz’ora seguente tra battute, scherzi e giochi. Hanno fatto ridere le bimbe e sorridere le mamme. Era-fortunatamente- da un po’ che non mi capitava di stare in ospedale con un bambino, ma me la ricordo molto bene la sensazione di smarrimento, la preoccupazione, la stanchezza infinita delle notti insonni e le giornate eterne. Conosco la paura di un bambino ricoverato, le medicine, gli esami e la normalità che è rimasta a casa con i suoi fratelli. Ma quei ragazzi, coi nasi rossi e le calze colorate, fanno molto di più che riempire qualche minuto di una giornata: per quella mezz’ora fanno dimenticare al bambino -e non solo- che quella stanza non è la sua stanza, il letto non è il suo e che no, non può scendere in giardino a giocare. Per quella mezz’ora sorridi e pensi che sono proprio matti, e nulla più. E mi è sembrato un regalo grande, quel tempo che immagino loro si tolgano per renderlo migliore ad altri.
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